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AREA: l'intervista per Musica Jazz

15 marzo 2011

AREA REUNION TOUR


A colloquio con Patrizio Fariselli

http://www.musicajazz.it/columns/180

Già da qualche tempo sono tornati e fanno parlare di loro. Gli Area, dopo il successo che ha riscosso il loro reunion tour alla fine del 2010, sono impegnati in diversi concerti proprio in questo periodo. Le apparizioni di metà marzo a Vicchio e Chieti saranno a breve seguite da altre date: il 26 marzo al teatro Nuovo di Ferrara; il 7 aprile all'Auditorium Forum Monzani di Modena; l'8 aprile a Porto Sant'Elpidio, Teatro delle Api; il 10 al Teatro Rossini di Pesaro (www.artupart.com). Patrizio Fariselli (pianoforte e tastiere), Paolo Tofani (chitarra), e Ares Tavolazzi (contrabbasso e basso elettrico), ai tre si è aggiunto Walter Paoli alla batteria e qualche ospite, come Maria Pia De Vito in particolari date. Anche solamente per la loro storia uan chiacchierata con Fariselli sembrava d'obbligo...

Cosa vi porta a suonare nuovamente insieme?
Noi siamo gli Area, non suonavamo insieme da molto tempo. L'occasione fu un anno e mezzo fa un concerto organizzato da Mauro Pagani a Siena per Demetrio. Ognuno di noi si esibì nel proprio set, alla fine ci siamo lanciati in una jam session estremamente divertente. Così ci è venuta l'idea di unire le nostre energie in un progetto comune.
Qualche mese dopo un paio di concerti a Bologna, abbiamo sperimentato esclusivamente in trio e poi abbiamo aggiunto degli ospiti.

Ha parlato di progetto comune: nei primi anni settanta la vostra proposta era fondere diverse scene, come vi rapportate alla contemporaneità?
Non ci siamo posti un obiettivo preciso, in realtà anche quando negli anni settanta ci ritrovavamo a suonare insieme, il disco non erano punti di arrivo ma documentazioni di processi creativi in movimento. Ciò che facciamo ancora oggi, anche se la cosa divertente è che noi tre siamo esteticamente molto differenti. Ares si è dedicato e ha approfondito l'improvvisazione jazz, Paolo all'aspetto mistico, io a molte cose diverse.

Dopo i live farete tappa in studio?
Non vorrei entrare in questa logica, anche se suoniamo molto materiale nuovo. Però ci interessa il contatto diretto con il pubblico e la pratica dal vivo, siamo in una dimensione performativa. Ci stiamo preparando per due concerti in Giappone a maggio con Mauro Pagani, l'anno scorso facemmo tappa a New York.

Come lavorate sul repertorio, ognuno porta proprio materiale?
Ora come ora il nostro concerto è diviso in due: una prima parte c'è spazio per le esperienze individuali; una seconda in cui suoniamo materiale nuovo e una rivisitazione del repertorio storico rivisto in maniera nuova. A parte la presenza sporadica di Maria Pia De Vito non prevediamo la voce, quindi approfondiamo e andiamo a pescare brani meno compiuti del repertorio, quei brani suonati meno dal vivo ai tempi in cui furono realizzati.

L'elemento sociale e politico della vostra proposta sopravvive ancora oggi?
Negli anni settanta ero molto arrabbiato per la realtà di allora, oggi sono inferocito. Allora avevamo una comunicazione precisa, il nostro volto era Demetrio ed era facile prendere una posizione dura. Non facemmo mai propaganda politica. Il grosso del nostro lavoro fu dare una mano al movimento perché ci ritrovammo partecipi del movimento. Facemmo un paio di gesti politici dichiarati, come riarrangiare l'inno dei lavoratori, oppure in Lobotomia. Oggi la nostra coscienza individuale ha preso il sopravvento e non inseriamo meccanicamente contenuti sociali e politici, ma la qualità politica del nostro lavoro è permeata dalla nostra idea politica.

Qual è il vostro pubblico di oggi?
Mi gratifica per la presenza costante di ragazzi al fianco di persone della mia età.

C'è qualcosa che rinneghi dei primi anni degli Area?
Nulla e posso risponderti anche a nome dei miei compagni.

Con le figure che vi accompagnarono, produttori atipici come Gianni Sassi, avete anticipato l'innesto di queste figure di riferimento. Che tipo di collaborazione era?
Era molto stretto, dicevamo che era un membro del gruppo, divenne discografico proprio perché incontrò noi. Si occupò della comunicazione visiva, della grafica e di tutto, persino introdusse nel lavoro del collettivo un metodo. Noi eravamo un ensemble molto turbolento e lui introdusse la prassi di riunioni dedicate per curare l'aspetto concettuale e progettuale della nostra musica che si doveva affiancare a quell'istinto innato e improvvisato che sapevamo trattare.

Federico Scoppio 

 

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